10) Galileo. Copernicanesimo e Sacre Scritture.
Secondo gli avversari di Galilei la teoria copernicana deve essere
condannata perch contrasta con la Sacra Scrittura, per la quale
il Sole si muove e la Terra rimane ferma. Secondo Galilei bisogna
prima di tutto saper interpretare il Sacro Testo. Inoltre egli
riprende l'osservazione del cardinale Baronio, secondo il quale
l'intento dello Spirito Santo nell'ispirare la Bibbia, 
d'insegnarci come si vadia in cielo e non come vadia il cielo. E
per quanto riguarda la natura bisogna partire dalle sensate
esperienze.
G. Galilei, A Madama Cristina di Lorena Granduchessa di Toscana,
anno 1615 (pagine 84-85).

E di questo genere si scorge esser questi che s'ingegnano di
persuadere che tale autore si danni, senza pur vederlo e per
persuadere che ci non solamente sia lecito, ma ben fatto, vanno
producendo alcune autorit della Scrittura e de' sacri teologi e
de' Concilii; le quali s come da me son reverite e tenute di
suprema autorit, s che somma temerit stimerei esser quella di
chi volesse contradirgli mentre vengono conforme all'instituto di
Santa Chiesa adoperate, cos credo che non sia errore il parlar
mentre si pu dubitare che alcuno voglia, per qualche suo
interesse, produrle e servirsene diversamente da quello che 
nella santissima intenzione di Santa Chiesa; per, protestandomi
(e anco credo che la sincerit mia si far per se stessa
manifesta) che io intendo non solamente di sottopormi a rimuover
liberamente quegli errori ne' quali per mia ignoranza potessi in
questa scrittura incorrere in materie attinenti a religione, ma mi
dichiaro ancora non voler nell'istesse materie ingaggiar lite con
nissuno, ancor che fussero punti disputabili: perch il mio fine
non tende ad altro, se non che, se in queste considerazioni,
remote dalla mia professione propria, tra gli errori che ci
potessero essere dentro, ci  qualche cosa atta ad eccitar altri a
qualche avvertimento utile per Santa Chiesa, circa `l determinar
sopra `l sistema Copernicano, ella sia presa e fattone quel
capitale che parr a' superiori; se no, sia pure stracciata ed
abbruciata la mia scrittura, ch'io non intendo o pretendo di
guadagnarne frutto alcuno che non fusse pio e cattolico. E di pi,
ben che molte delle cose che io noto le abbia sentite con i
proprii orecchi, liberamente ammetto e concedo a chi l'ha dette
che dette non l'abbia, se cos gli piace, confessando poter essere
ch'io abbia franteso; e per quanto rispondo non sia detto per
loro, ma per chi avesse quella opinione.
Il motivo, dunque, che loro producono per condennar l'opinione
della mobilit della Terra e stabilit del Sole, , che leggendosi
nelle Sacre Lettere, in molti luoghi, che il Sole si muove e che
la Terra sta ferma, n potendo la Scrittura mai mentire o errare,
n sguita per necessaria conseguenza che erronea e dannanda sia
la sentenza di chi volesse asserire, il Sole esser per se stesso
immobile, e mobile la Terra.
Sopra questa ragione parmi primieramente da considerare, essere e
santissimamente detto e prudentissimamente stabilito, non poter
mai la Sacra Scrittura mentire, tutta volta che si sia penetrato
il suo vero sentimento; il qual non credo che si possa negare
esser molte volte recondito e molto diverso da quello che suona il
puro significato delle parole. Dal che ne sguita, che qualunque
volta alcuno, nell'esporla, volesse fermarsi sempre nel nudo suono
literale, potrebbe, errando esso, far apparir nelle Scritture non
solo contradizioni e proposizioni remote dal vero, ma gravi eresie
e bestemmie ancora: poi che sarebbe necessario dare a Iddio e
piedi e mani ed occhi, e non meno affetti corporali ed umani, come
l'ira, di pentimento, d'odio, ed anco tal volta la dimenticanza
delle cose passate e l'ignoranza delle future; le quali
proposizioni, s come, dettante lo Spirito Santo, furono in tal
guisa profferite da gli scrittori sacri per accomodarsi alla
capacit del vulgo assai rozo e indisciplinato, cos per quelli
che meritano d'esser separati dalla plebe  necessario che i saggi
espositori ne produchino i veri sensi, e n'additino le ragioni
particolari per che e' siano sotto cotali parole profferiti: ed 
questa dottrina cos trita e specificata appresso tutti i teologi,
che superfluo sarebbe il produrne attestazione alcuna.
Di qui mi par di poter assai ragionevolmente dedurre, che la
medesima Sacra Scrittura, qualunque volta gli  occorso di
pronunziare alcuna conclusione naturale, e massime delle pi
recondite e difficili ad esser capite, ella non abbia pretermesso
questo medesimo avviso, per non aggiungere confusione nelle menti
di quel medesimo popolo e renderlo pi contumace contro ai dogmi
di pi alto misterio. Perch se, come si  detto e chiaramente si
scorge, per il solo rispetto d'accomodarsi alla capacit popolare
non si  la Scrittura astenuta di adombrare principalissimi
pronunziati, attribuendo sino all'istesso Iddio condizioni
lontanissime e contrarie alla sua essenza, chi vorr
asseverantemente sostenere che l'istessa scrittura, posto da banda
cotal rispetto, nel parlare anco incidentemente di Terra, d'acqua,
di Sole o d'altra creatura, abbia eletto di contenersi con tutto
rigore dentro a i puri e ristretti significati delle parole? e
massime nel pronunziar di esse creature cose non punto concernenti
al primario instituto delle medesime Sacre Lettere, ci  al culto
divino ed alla salute dell'anime, e cose grandemente remote dalla
apprensione del vulgo.
Stante, dunque, ci, mi par che nelle dispute di problemi naturali
non si dovrebbe cominciare dalle autorit di luoghi delle
Scritture, ma dalle sensate esperienze e dalle dimostrazioni
necessarie: perch, procedendo di pari dal Verbo divino la
Scrittura Sacra e la natura, quella come dettatura dello Spirito
Santo, e questa come osservantissima essecutrice de gli ordini di
Dio; ed essendo, di pi, convenuto nelle Scritture, per
accommodarsi all'intendimento dell'universale, dir molte cose
diverse, in aspetto e quanto al nudo significato delle parole, dal
vero assoluto; ma, all'incontro, essendo la natura inesorabile ed
immutabile, e mai non trascendente i termini delle leggi
impostegli, come quella che nulla cura che le sue recondite
ragioni e modi d'operare sieno o non sieno esposti alla capacit
degli uomini; pare che quello degli effetti naturali che o la
sensata esperienza ci pone dinanzi a gli occhi o le necessarie
dimostrazioni ci concludono, non debba in conto alcuno esser
revocato in dubbio, non che condennato, per luoghi della Scrittura
che avessero nelle parole diverso sembiante; poi che non ogni
detto della Scrittura  legato a obblighi cos severi com'ogni
effetto di natura, n meno eccellentemente ci si scuopre Iddio
negli effetti di natura che ne' sacri detti delle Scritture: il
che volse per avventura intender Tertulliano in quelle parole: Nos
definimus, Deum primo natura cognoscendum, deinde doctrina
recognoscendum: natura, ex operibus; doctrina, ex
praedicationibus. [Traduzione: Noi diciamo che Dio si deve prima
conoscere dalla natura, quindi conoscere dalla dottrina; nella
natura per le opere, nella dottrina per le predicazioni].
Ma non per questo voglio inferire, non doversi aver somma
considerazione de i luoghi delle Scritture Sacre; anzi, venuti in
certezza di alcune conclusioni naturali, doviamo servircene per
mezi accomodatissimi alla vera esposizione di esse Scritture ed
all'investigazione di quei sensi che in loro necessariamente si
contengono, come verissime e concordi con le verit dimostrate.
Stimerei per questo che l'autorit delle Sacre Lettere avesse
avuto la mira a persuadere principalmente a gli uomini quegli
articoli e proposizioni, che, superando ogni umano discorso, non
potevano per altra scienza n per altro mezo farcisi credibili,
che per la bocca dell'istesso Spirito Santo: di pi, che ancora in
quelle proposizioni che non son de Fide l'autorit delle medesime
Sacre Lettere deva esser anteposta all'autorit di tutte le
scritture umane, scritte non con metodo dimostrativo, ma o con
pura narrazione o anco con probabili ragioni, direi doversi
reputar tanto convenevole e necessario, quanto l'istessa divina
sapienza supera ogni umano giudizio e coniettura. Ma che
quell'istesso Dio che ci ha dotati di sensi, di discorso e
d'intelletto, abbia voluto, posponendo l'uso di questi, darci con
altro mezo le notizie che per quelli possiamo conseguire, s che
anco in quelle conclusioni naturali, che o dalle sensate
esperienze o dalle necessarie dimostrazioni ci vengono esposte
innanzi a gli occhi e all'intelletto, doviamo negare il senso e la
ragione, non credo che sia necessario il crederlo, e massime in
quelle scienze delle quali una minima particella solamente, ed
anco in conclusioni divise, se ne legge nella Scrittura; quale
appunto  l'astronomia, di cui ve n' cos piccola parte, che non
vi si trovano n pur nominati i pianeti, eccetto il Sole e la
Luna, ed una o due volte solamente, Venere, sotto nome di
Lucifero. Per se gli scrittori sacri avessero avuto pensiero di
persuadere al popolo le disposizioni e movimenti de' corpi
celesti, e che in conseguenza dovessimo noi ancora dalle Sacre
Scritture apprender tal notizia, non ne avrebbon, per mio credere,
trattato cos poco, che  come niente in comparazione delle
infinite conclusioni ammirande che in tale scienza si contengono e
si dimostrano. Anzi, che non solamente gli autori delle Sacre
Lettere non abbino preteso d'insegnarci le costituzioni e
movimenti de' cieli e delle stelle, e loro figure, grandezze e
distanze, ma che a bello studio, ben che tutte queste cose fussero
a loro notissime, se ne sieno astenuti,  opinione di santissimi e
dottissimi Padri: ed in sant'Agostino si leggono le seguenti
parole: Quaeri etiam solet, quae forma et figura caeli esse
credenda sit secundum Scripturas nostras: multi enim multum
disputant de iis rebus, quas maiore prudentia nostri authores
omiserunt, ad beatam vitam non profuturas discentibus, et
occupantes (quod peius est) multum prolixa et rebus salubribus
impendenda temporum spatia. Quid enim ad me pertinet, utrum
caelum, sicut sphera, undique concludat Terram, in media mundi
mole libratam, an eam ex una parte desuper, velut discus, operiat?
Sed quia de fide agitur Scripturarum, propter illam causam quam
non semel commemoravi, ne scilicet quisquam, eloquia divina non
intelligens, cum de his rebus tale aliquid vel invenerit in libris
nostris vel ex illis audierit quod perceptis monentibus vel
narrantibus vel pronunciantibus credat; breviter dicendum est, de
figura caeli hoc scisse authores nostros quod veritas habet, sed
Spiritum Dei, qui per ipsos loquebatur, noluisse ista docere
homines, nulli saluti profutura. [Traduzione: Si  anche soliti
chiedere qual forma e figura si devono credere essere del cielo
secondo le nostre Scritture: molti infatti assai disputano su
queste cose, che con maggiore prudenza i nostri autori
tralasciarono, le quali non giovano ai discepoli per la vita
celeste e (quel che  peggio) occupano lunghi spazi di tempo, che
dovrebbero essere spesi in cose salutari. Infatti che m'importa se
il cielo come sfera circondi da ogni parte la terra librata in
mezzo alla mole del mondo o la copra da una parte dall'alto come
un disco? Ma poich si tratta della fede delle Scritture, per quel
motivo che non una volta sola ricordai, cio affinch qualcuno,
non comprendendo le parole divine, quando intorno a questi
argomenti trovi nei nostri autori o intenda da essi cosa che
sembri avversare le opinioni ricevute, non creda in alcun modo a
coloro che ammoniscono o affermano altre cose utili, brevemente
bisogna dire che intorno alla figura del cielo i nostri autori
seppero quel che la verit possiede, ma lo spirito di Dio che per
loro mezzo parlava, non volle insegnare agli uomini queste cose
che nulla avrebbero giovato alla loro salvezza].
E pur l'istesso disprezzo avuto da' medesimi scrittori sacri nel
determinar quello che si deva credere di tali accidenti de' corpi
celesti ci vien nel seguente capitolo 10 replicato dal medesimo
sant'Agostino, nella quistione, se si deva stimare che `l cielo si
muova o pure stia fermo, scrivendo cos: De motu etiam caeli
nonnulli fratres quaestionem movent, utrum stet an moveatur: quia
si movetur, inquiunt, quomodo firmamentum est? si autem stat,
quomodo sydera, quae in ipso fixa creduntur, ab oriente usque ad
occidentem circumeunt, septentrionalibus breviores gyros iuxta
cardinem peragentibus, ut caelum, si est alius nobis occultus
cardo ex alio vertice, sicut sphera, si autem nullus alius cardo
est, veluti discus, rotari videatur? Quibus respondeo, multum
subtilibus et laboriosis rationibus ista perquiri, ut vere
percipiatur utrum ita an non ita sit; quibus ineundis atque
tractandis nec mihi iam tempus est, nec illis esse debet quos ad
salutem suam et Sanctae Ecclesiae necessarium utilitatem cupimus
informari. [Traduzione: Anche attorno al moto del cielo alcuni
fratelli domandano  se il cielo  fermo o si muove, perch se si
muove, dicono, in che modo c' il firmamento? Se invece sta fermo,
come mai le stelle che si credono fisse in esse vanno da oriente
ad occidente, le settentrionali compiendo giri pi brevi vicino al
cardine, cos che il cielo sembra ruotare come sfera intorno ad un
altro cardine nascosto, se v' un cardine nascosto; come un disco,
se invece non v' altro cardine? A costoro rispondo che con
argomenti molto sottili e laboriosi si sono esaminate queste cose
affinch veracemente si percepisca se sia o non sia cos; a
conoscere e trattare i quali io non ho tempo e non devono averne
quelli che desideriamo siano informati per la salute loro e la
necessaria utilit della Santa Chiesa].
Dalle quali cose descendendo pi al nostro particolare, n sguita
per necessaria conseguenza, che non avendo voluto lo Spirito Santo
insegnarci se il cielo si muova o stia fermo, n se la sua figura
sia in forma di sfera o di disco o distesa in piano, n se la
Terra sia contenuta nel centro di esso o da una banda, non avr
manco avuta intenzione di renderci certi di altre conclusioni
dell'istesso genere, e collegate in maniera con le pur ora
nominate, che senza la determinazion di esse non se ne pu
asserire questa o quella parte; quali sono il determinar del moto
e della quiete di essa Terra e del Sole.
E se l'istesso Spirito Santo a bello studio ha pretermesso
d'insegnarci simili proposizioni, come nulla attenenti alla sua
intenzione, ci  alla nostra salute, come si potr adesso
affermare, che il tener di esse questa parte, e non quella, sia
tanto necessario che l'una sia de Fide, e l'altra erronea? Potr,
dunque, essere un'opinione eretica, e nulla concernente alla
salute dell'anime? o potr dirsi, aver lo Spirito Santo voluto non
insegnarci cosa concernente alla salute? Io qui direi quello che
intesi da persona ecclesiastica costituita in eminentissimo grado,
ci  l'intenzione dello Spirito Santo essere d'insegnarci come si
vadia al cielo, e non come vadia il cielo.
Ma torniamo a considerare, quanto nelle conclusioni naturali si
devono stimar le dimostrazioni necessarie e le sensate esperienze,
e di quanta autorit le abbino reputate i dotti e i santi
teologi...
Stante questo, ed essendo, come si  detto, che due verit non
possono contrariarsi,  officio de' saggi espositori affaticarsi
per penetrare i veri sensi de' luoghi sacri, che indubitabilmente
saranno concordanti con quelle conclusioni naturali, delle quali
il senso manifesto o le dimostrazioni necessarie ci avessero prima
resi certi e sicuri. Anzi, essendo, come si  detto, che le
Scritture per l'addotte cagioni ammettono in molti luoghi
esposizioni lontane dal significato delle parole, e, di pi, non
potendo noi con certezza asserire che tutti gl'interpeti parlino
inspirati divinamente, poi che, se cos fusse, niuna diversit
sarebbe tra di loro circa i sensi de' medesimi luoghi, crederei
che fusse molto prudentemente fatto se non si permettesse ad
alcuno impegnare i luoghi della Scrittura ed in certo modo
obligarli a dover sostenere per vere queste o quelle conclusioni
naturali, delle quali una volta il senso e le ragioni dimostrative
e necessarie ci potessero manifestare il contrario. E chi vuol por
termine alli umani ingegni? chi vorr asserire, gi essersi veduto
e saputo tutto quello che  al mondo di sensibile e di scibile?.
G. Galilei, Lettere, Einaudi, Torino 1978, pagine 128-135.

G. Zappitello, Antologia filosofica,,  Quaderno secondo/2.
Capitolo Tre.
11) Galileo. Come interpretare le Scritture.
La lettera  indirizzata a don Benedetto Castelli, uno dei
maggiori discepoli e collaboratori di Galilei, nominato allo
Studio di Pisa dalla granduchessa Cristina di Lorena (Madama
Serenissima), su proposta dello stesso Galilei. L'argomento della
lettera  il rapporto tra fede e scienza. Viene preso come punto
di riferimento il celebre passo del libro di Giosu (capitolo X)
in cui sembra essere sostenuta la tesi tolemaica (Giosu chiede al
sole di fermarsi). Galilei afferma che l'interpretazione letterale
delle Scritture  spesso inadeguata, come si ricava da
affermazioni presenti in opere di autorevoli padri della Chiesa.
La natura poi  inesorabile ed immutabile e non tradisce mai i
termini delle leggi imposteli.
G. Galilei, A don Benedetto Castelli in Pisa, 1613 ( pagine
84-85).

Molto reverendo Padre e Signor mio Osservandissimo,.
I particolari che ella disse, referitimi dal signor Arrighetti,
m'hanno dato occasione di tornar a considerare alcune cose in
generale circa `l portar la Scrittura Sacra in dispute di
conclusioni naturali, ed alcun'altre in particolare sopra `l luogo
di Giosu, propostoli, in contraddizione della mobilit della
Terra e stabilit del Sole, dalla Gran Duchessa Madre, con qualche
replica della Serenissima Arciduchessa.
Quanto alla prima domanda generica di Madama Serenissima, parmi
che prudentissimamente fusse proposto da quella e conceduto e
stabilito dalla Paternit Vostra, non poter mai la Scrittura Sacra
mentire o errare, ma essere i suoi decreti d'assoluta ed
inviolabile verit. Solo avrei aggiunto, che, se bene la Scrittura
non pu errare, potrebbe nondimeno talvolta errare alcuno de' suoi
interpreti ed espositori, in varii modi: tra i quali uno sarebbe
gravissimo e frequentissimo, quando volessero fermarsi sempre nel
puro significato delle parole, perch cos vi apparirebbono non
solo diverse contradizioni, ma gravi eresie e bestemmie ancora;
poi che sarebbe necessario dare a Iddio e piedi e mani e occhi, e
non meno affetti corporali e umani, come d'ira, di pentimento,
d'odio, e anco talvolta l'obblivione delle cose passate e
l'ignoranza delle future. Onde, s come nella Scrittura si trovano
molte proposizioni le quali, quanto al nudo senso delle parole,
hanno aspetto diverso dal vero, ma son poste in cotal guisa per
accomodarsi all'incapacit del vulgo, cos per quei pochi che
meritano d'esser separati dalla plebe  necessario che i saggi
espositori produchino i veri sensi, e n'additino le ragioni
particolari per che siano sotto cotali parole stati profferiti.
Stante, dunque, che la Scrittura in molti luoghi  non solamente
capace, ma necessariamente bisognosa d'esposizioni diverse
dall'apparente significato delle parole, mi par che nelle dispute
naturali ella doverebbe esser riserbata nell'ultimo luogo: perch,
procedendo di pari dal Verbo divino la Scrittura Sacra e la
natura, quella come dettatura dello Spiritio Santo, e questa come
osservantissima esecutrice de gli ordini di Dio; ed essendo, di
pi, convenuto nelle Scritture, per accomodarsi all'intendimento
dell'universale, dir molte cose diverse, in aspetto e quanto al
significato delle parole, dal vero assoluto; ma, all'incontro,
essendo la natura inesorabile e immutabile e nulla curante che le
sue recondite ragioni e modi d'operare sieno o non sieno esposti
alla capacit de gli uomini, per lo che ella non trasgredisce mai
i termini delle leggi imposteli; pare che quello de gli effetti
naturali che o la sensata esperienza ci pone innanzi a gli occhi o
le necessarie dimostrazioni ci concludono, non debba in conto
alcuno esser revocato in dubbio per luoghi della Scrittura
ch'avesser nelle parole diverso sembiante, poi che non ogni detto
della Scrittura  legato a obblighi cos severi com'ogni effetto
di natura. Anzi, se per questo solo rispetto, d'accomodarsi alla
capacit de' popoli rozzi e indisciplinati, non s' astenuta la
Scrittura d'adombrare de' suoi principalissimi dogmi, attribuendo
sino all'istesso Dio condizioni lontanissime e contrarie alla sua
essenza, chi vorr asseverantemente sostenere che ella, posto da
banda cotal rispetto, nel parlare anco incidentemente di Terra o
di Sole o d'altra creatura, abbia eletto di contenersi con tutto
rigore dentro a i limitati e ristretti significati delle parole? e
massime pronunziando di esse creature cose lontanissime dal
primario instituto di esse Sacre Lettere, anzi cose tali, che,
dette e portate con verit nuda e scoperta, avrebbon pi presto
danneggiata l'intenzion primaria, rendendo il vulgo pi contumace
alle persuasioni de gli articoli concernenti alla salute.
Stante questo, ed essendo di pi manifesto che due verit non
posson mai contrariarsi,  ofizio de' saggi espositori affaticarsi
per trovare i veri sensi de' luoghi sacri, concordanti con quelle
conclusioni naturali delle quali prima il senso manifesto o le
dimostrazioni necessarie ci avesser resi certi e sicuri. Anzi,
essendo, come ho detto, che le Scritture, ben che dettate dallo
Spirito Santo, per l'addotte cagioni ammetton in molti luoghi
esposizioni lontane dal suono litterale, e, di pi, non potendo
noi con certezza asserire che tutti gl'interpreti parlino
inspirati divinamente, crederei che fusse prudentemente fatto se
non si permettesse ad alcuno l'impegnar i luoghi della Scrittura e
obbligargli in certo modo a dover sostenere per vere alcune
conclusioni naturali, delle quali una volta il senso e le ragioni
dimostrative e necessarie ci potessero manifestare il contrario. E
chi vuol por termine a gli umani ingegni? chi vorr asserire, gi
essersi saputo tutto quello che  al mondo di scibile? E per
questo, oltre a gli articoli concernenti alla salute ed allo
stabilimento della Fede, contro la fermezza de' quali non 
pericolo alcuno che possa insurger mai dottrina valida ed
efficace, sarebbe forse ottimo consiglio il non ne aggiunger altri
senza necessit: e se cos , quanto maggior disordine sarebbe
l'aggiugnerli a richiesta di persone, le quali, oltre che noi
ignoriamo se parlino inspirate da celeste virt, chiaramente
vediamo ch'elleno son del tutto ignude di quella intelligenza che
sarebbe necessaria non dir a redarguire, ma a capire, le
dimostrazioni con le quali le acutissime scienze procedono nel
confermare alcune lor conclusioni?.
Io crederei che l'autorit delle Sacre Lettere avesse avuto
solamente la mira a persuader a gli uomini quegli articoli e
proposizioni, che, sendo necessarie per la salute loro e superando
ogni umano discorso, non potevano per altra scienza n per altro
mezzo farcisi credibili, che per la bocca dell'istesso Spirito
Santo. Ma che quel medesimo Dio che ci ha dotati di sensi, di
discorso e d'intelletto, abbia voluto, posponendo l'uso di questi,
darci con altro mezzo le notizie che per quelli possiamo
conseguire, non penso che sia necessario il crederlo, e massime in
quelle scienze delle quali una minima particella e in conclusioni
divise se ne legge nella Scrittura; qual appunto  l'astronomia,
di cui ve n' cos piccola parte, che non vi si trovano n pur
nominati i pianeti. Per se i primi scrittori sacri avessero auto
pensiero di persuader al popolo le disposizioni e movimenti de'
corpi celesti, non ne avrebbon trattato cos poco, che  come
niente in comparazione dell'infinite conclusioni altissime e
ammirande che in tale scienza si contengono.
Veda dunque la Paternit Vostra quanto, s'io non erro,
disordinatamente procedino quelli che nelle dispute naturali, e
che direttamente non sono de Fide, nella prima fronte
costituiscono luoghi della Scrittura, e bene spesso malamente da
loro intesi. Ma se questi tali veramente credono d'avere il vero
senso di quel luogo particolar della Scrittura, ed in consequenza
si tengon sicuri d'avere in mano l'assoluta verit della quistione
che intendono di disputare, dichinmi appresso ingenuamente, se
loro stimano, gran vantaggio aver colui che in una disputa
naturale s'incontra a sostener il vero, vantaggio, dico, sopra
l'altro a chi tocca sostener il falso? So che mi risponderanno di
s, e che quello che sostiene la parte vera, potr aver mille
esperienze e mille dimostrazioni necessarie per la parte sua, e
che l'altro non pu aver se non sofismi paralogismi e fallacie. Ma
se loro, contenendosi dentro a' termini naturali n producendo
altr'arme che le filosofiche, sanno d'essere tanto superiori
all'avversario, perch, nel venir poi al congresso, por subito
mano a un'arme inevitabile e tremenda, che con la sola vista
atterrisce ogni pi destro ed esperto campione? Ma, s'io devo dir
il vero, credo che essi sieno i primi atterriti, e che, sentendosi
inabili a potere stare forti contro gli assalti dell'avversario,
tentino di trovar modo di non se lo lasciar accostare. Ma perch,
come ho detto pur ora, quello che ha la parte vera dalla sua, ha
gran vantaggio, anzi grandissimo, sopra l'avversario, e perch 
impossibile che due verit si contrariino, per non doviamo temer
d'assalti che ci venghino fatti da chi si voglia, pur che a noi
ancora sia dato campo di parlare e d'essere ascoltati da persone
intendenti e non soverchiamente alterate da proprie passioni e
interessi.
In confermazione di che, vengo ora a considerare il luogo
particolare di Giosu, per il qual ella rapport a loro Altezze
Serenissime tre dichiarazioni; e piglio la terza, che ella
produsse come mia, s come veramente , ma v'aggiungo alcuna
considerazione di pi, qual non credo d'avergli detto altra volta.
Posto dunque e conceduto per ora all'avversario, che le parole del
testo sacro s'abbino a prender nel senso appunto ch'elle suonano,
ci  che Iddio a' preghi di Giosu facesse fermare il Sole e
prolungasse il giorno, ond'esso ne consegu la vittoria; ma
richiedendo io ancora, che la medesima determinazione vaglia per
me, s che l'avversario non presumesse di legar me e lasciar s
libero quanto al poter alterare o mutare i significati delle
parole; io dico che questo luogo ci mostra manifestamente la
falsit e impossibilit del mondano sistema Aristotelico e
Tolemaico, e all'incontro benissimo s'accomoda co'l Copernicano.
E prima, io dimando all'avversario, s'egli sa di quali movimenti
si muova il Sole? Se egli lo sa,  forza che e' risponda, quello
muoversi di due movimenti, cio del movimento annuo da ponente
verso levante, e del diurno all'opposito da levante a ponente.
Ond'io, secondariamente, gli domando se questi due movimenti, cos
diversi e quasi contrarii tra di loro, competono al Sole e sono
suoi proprii egualmente? _ forza risponder di no, ma che un solo 
suo proprio e particolare, ci  l'annuo, e l'altro non 
altramente suo, ma del cielo altissimo, dico del primo mobile, il
quale rapisce seco il Sole e gli altri pianeti e la sfera stellata
ancora, costringendoli a dar una conversione `ntorno alla Terra in
24 ore, con moto, come ho detto, quasi contrario al loro naturale
e proprio.
Vengo alla terza interrogazione, e gli domando con quale di questi
due movimenti il Sole produca il giorno e la notte, cio se col
suo proprio o pure con quel del primo mobile? _ forza rispondere,
il giorno e la notte esser effetti del moto del primo mobile, e
dal moto proprio del Sole depender non il giorno e la notte, ma le
stagioni diverse e l'anno stesso.
Ora, se il giorno depende non dal moto del Sole, ma da quel del
primo mobile, chi non vede che per allungare il giorno bisogna
fermare il primo mobile, e non il Sole? Anzi, pur chi sar
ch'intenda questi primi elementi d'astronomia e non conosca che,
se Dio avesse fermato `l moto del Sole, in cambio d'allungar il
giorno l'avrebbe scorciato e fatto pi breve? perch, essendo `l
moto del Sole al contrario della conversione diurna, quanto pi `l
Sole si movesse verso oriente, tanto pi si verrebbe a ritardar il
suo corso all'occidente; e diminuendosi o annullandosi il moto del
Sole, in tanto pi breve tempo giugnerebbe all'occaso: il qual
accidente sensatamente si vede nella Luna, la quale fa le sue
conversioni diurne tanto pi tarde di quelle del Sole, quanto il
suo movimento proprio  pi veloce di quel del Sole. Essendo,
dunque, assolutamente impossibile nella costituzione di Tolomeo e
d'Aristotile fermare il moto del Sole e allungare il giorno, s
come afferma la Scrittura esser accaduto, adunque o bisogna che i
movimenti non sieno ordinati come vuol Tolomeo, o bisogna alterar
il senso delle parole, e dire che quando la Scrittura dice che
Iddio ferm `l Sole, voleva dire che ferm `l primo mobile, ma
che, per accomodarsi alla capacit di quei che sono a fatica
idonei a intender il nascer e `l tramontar del Sole, ella dicesse
al contrario di quel che avrebbe detto parlando a uomini sensati.
Aggiugnesi a questo, che non  credibile ch'Iddio fermasse il Sole
solamente, lasciando scorrer l'altre sfere; perch senza necessit
nessuna avrebbe alterato e permutato tutto l'ordine, gli aspetti e
le disposizioni dell'altre stelle rispett'al Sole, e grandemente
perturbato tutto `l corso della natura: ma  credibile ch'Egli
fermasse tutto `l sistema delle celesti sfere, le quali, dopo quel
tempo della quiete interposta, ritornassero concordemente alle lor
opre senza confusione o alterazion alcuna.
Ma perch gi siamo convenuti, non doversi alterar il senso delle
parole del testo,  necessario ricorrere ad altra costituzione
delle parti del mondo, e veder se conforme a quella il sentimento
nudo delle parole cammina rettamente e senza intoppo, s come
veramente si scorge avvenire.
Avendo io dunque scoperto e necessariamente dimostrato, il globo
del Sole rivolgersi in s stesso, facendo un'intera conversione in
un mese lunare in circa, per quel verso appunto che si fanno tutte
l'altre conversioni celesti; ed essendo, di pi, molto probabile e
ragionevole che il Sole, come strumento e ministro massimo della
natura, quasi cuor del  mondo, dia non solamente, com'egli
chiaramente d, luce, ma il moto ancora a tutti i pianeti che
intorno se gli raggirano; se, conforme alla posizion del
Copernico, noi attribuirem alla terra principalmente la conversion
diurna; chi non vede che per fermar tutto il sistema, onde, senza
punto alterar il restante delle scambievoli relazioni de' pianeti,
solo si prolungasse lo spazio e `l tempo della diurna
illuminazione, bast che fusse fermato `l Sole, com'appunto suonan
le parole del sacro testo? Ecco, dunque, il modo secondo il quale,
senza introdur confusione alcuna tra le parti del mondo e senza
alterazion delle parole della Scrittura, si pu, col fermar il
Sole, allungar il giorno in Terra.
G. Galilei, Lettere, Einaudi, Torino, 1978, pagine 103-109.
